Ieri, domenica 27 gennaio 2019, si è celebrato il Giorno della Memoria, per ricordare tutte le vittime dell’Olocausto. Il 27 gennaio del 1945, infatti, le truppe sovietiche entrarono nel campo di concentramento di Auschwitz, in Polonia, per liberare i prigionieri rimasti in vita. Tra il 1933 e il 1945 le vittime della Shoah, termine ebraico legato all’idea di “distruzione”, furono fra i 15 e i 17 milioni: donne, uomini, anziani, bambini. Fra i 5 e i 7 milioni gli ebrei che scomparvero, ma che non furono gli unici nel mirino dei nazisti: gli oppositori politici, gli handicappati, gli omosessuali, le minoranze etniche e religiose subirono la medesima sorte.

Per celebrare questa giornata e per mantenere vivo il ricordo di uno dei momenti più bui della storia dell’umanità, abbiamo deciso di consigliarvi un libro spesso proposto nelle scuole, in grado di commuovere ragazzi e adulti di ogni età per la potenza delle immagini e delle emozioni che è in grado di evocare:

Se questo è un uomo di Primo Levi.

Qualche informazione sull’autore...

Primo Levi nasce a Torino il 31 luglio del 1919 da una famiglia i cui antenati erano ebrei piemontesi provenienti dalla Spagna e dalla Provenza. Il padre, Cesare, era un ingegnere elettrotecnico, aveva sposato Ester Luzzati nel 1918 ed è ricordato dall’autore come un uomo estroverso, moderno per i suoi tempi e amante del buon vivere. Nel 1934 Levi si iscrive al Liceo D’Azeglio, dove per qualche mese ha come professore di italiano Cesare Pavese, e qui matura il suo interesse per la chimica, che poi sceglierà come corso di studi presso la Facoltà di Scienze dell’Università di Torino. Nel 1938 il governo fascista emana le prime leggi razziali: è vietato agli ebrei frequentare scuole pubbliche, solo chi è già iscritto all’Università può continuare gli studi. Levi, così, inizia a frequentare circoli di studenti antifascisti e si laurea a pieni voti nel 1938. Nel suo diploma di laurea si legge “di razza ebraica”.

Nel 1942 trova lavoro a Milano presso la Wander, una fabbrica svizzera di medicinali, dove è incaricato di studiare nuovi farmaci contro il diabete, ed entra a far parte del Partito d’Azione clandestino. Nel luglio del 1943 cade il governo fascista, Mussolini viene arrestato e l’8 settembre il governo Badoglio annuncia l’armistizio. Ma la guerra non è finita. L’autore si unisce a un gruppo partigiano della Valle d’Aosta e il 13 dicembre viene arrestato a Brusson per essere deportato nel campo di concentramento di Carpi – Fossoli. Nel febbraio del 1944 Levi viene trasferito insieme ad altri prigionieri ad Auschwitz: dato che conosce abbastanza il tedesco da riuscire a comprendere gli ordini impartiti e a causa della carenza di manodopera, viene impiegato prima come muratore e poi trasferito in un laboratorio, grazie alla pregressa formazione di chimico. Inoltre, l’amicizia con Lorenzo Perrone, che lavora per un’impresa italiana trasferita d’ufficio nel lager, gli permette di ricevere qualche razione di zuppa extra. Levi riesce, così, a non ammalarsi e a sopravvivere. Contrae la scarlattina proprio quando nel gennaio del 1945 i tedeschi, sotto la pressione delle truppe russe in avvicinamento, evacuano Auschwitz: i prigionieri spostati a Bunchenwald e Mauthausen muoiono quasi tutti, gli ammalati vengono invece abbandonati al loro destino.

Dopo la fuga dei tedeschi, Levi vive per qualche mese a Katowice, un campo sovietico di transito, dove lavora come infermiere. Nel giugno del 1945 inizia il suo viaggio di ritorno in patria, che durerà fino all’ottobre dello stesso anno e che porterà l’autore ad attraversare la Russia, l’Ucraina, la Romania, l’Ungheria e l’Austria: tale esperienza è raccontata nel romanzo La tregua, pubblicato nel 1963 e vincitore del premio Campiello. Tornato in Italia, Levi scrive Se questo è un uomo, pubblicato per la prima volta nel 1947. Nel 1955 viene firmato con Einaudi un contratto per una nuova edizione. Nel frattempo, sposa Lucia Morpurgo, dalla quale ha due figli, Lisa Lorenza e Renzo, e diviene direttore generale di una piccola fabbrica di vernici a Torino. Levi continua a scrivere per tutto il resto della sua vita: ricordiamo Il sistema periodico (pubblicato nel 1975 e vincitore del premio Prato per la Resistenza, considerato dalla Royal Institution il miglior libro di scienza mai scritto), La chiave a stella (del 1978, vincitore del premio Strega), Se non ora quando? (racconto pubblicato nel 1982, vincitore del premio Campiello e del premio Viareggio) e I sommersi e i salvati (saggio del 1986, dove torna ad affrontare il tema dell’Olocausto).

Muore suicida nella sua casa di Torino l’11 aprile 1987.

Se questo è un uomo

Se questo è un uomo è il primo libro pubblicato da Levi, scritto dopo esser sopravvissuto ad Auschwitz e dopo aver attraversato l’Europa orientale in un viaggio di ritorno a casa durato più di otto mesi. La prima edizione dell’opera venne stampata da una piccola casa editrice torinese, la De Silva, diretta da Franco Antonicelli, dopo che altri editori, fra cui Einaudi, avevano rifiutato il manoscritto. Se questo è un uomo è uscito nell’autunno del 1947 in 2.500 copie, con il fortunatissimo titolo scelto da Antonicelli al posto de I sommersi e i salvati proposto da Levi stesso. Il libro ebbe alcune recensioni autorevoli, fra le quali spicca quella di Italo Calvino, che lo definì il racconto più bello uscito dall’esperienza della deportazione. Nel 1958 Se questo è un uomo fu ristampato da Einaudi nella collana Saggi con alcune varianti (come un nuovo capitolo, Iniziazione): da quel momento è stato tradotto in decine di lingue ed è considerato una delle più importanti testimonianze dell’Olocausto, sia per la precisione delle descrizioni che per i dettagli di un’esperienza in grado di far conoscere la vera essenza di Auschwitz.

Secondo quanto riportato dall’autore stesso, le varie parti del libro non vennero scritte in ordine cronologico, ma seguendo l’urgenza di raccontare: l’ultimo capitolo in forma di diario, Storia di dieci giorni, nacque per primo. L’opera si apre con una poesia (Shemà, in ebraico, che significa “Ascolta”) attraverso la quale l’autore chiede al suo lettore di considerare le condizioni degli uomini e delle donne tenuti prigionieri nei lager. Non chiede compassione o rabbia, solo ascolto, comprensione e memoria di ciò che è stato.

 

Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case,

voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo

che lavora nel fango

che non conosce pace

che lotta per mezzo pane

che muore per un si o per un no.

Considerate se questa è una donna,

senza capelli e senza nome

senza più forza di ricordare

vuoti gli occhi e freddo il grembo, come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato: vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore

stando in casa, andando per via, coricandovi, alzandovi.

Ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi.

 

Consapevolezza e vigilanza morale. Ripetete ai vostri figli che questo è stato, che non possiamo ancora considerare uomini e donne coloro a cui è stato strappato via tutto, persino il nome.

Il racconto vero e proprio si svolge nell’arco di un anno, dal febbraio 1944 al 27 gennaio 1945, nel campo di concentramento di Buna-Monowitz, uno dei quarantaquattro satelliti di Auschwitz, in Alta Slesia, nel territorio polacco. La storia comincia con l’internamento di Levi nel lager per ebrei di Fossoli, presso Carpi, dal quale i prigionieri vengono trasportati in treno in Polonia, attraverso il Brennero e poi l’Austria. Molti muoiono prima di arrivare a destinazione. Dal secondo capitolo in poi l’autore descrive le condizioni di vita nel campo: l’agghiacciante scritta che accoglie i deportati (Arbeit macht frei: Il lavoro rende liberi), la divisione per sesso, età, condizioni fisiche, la gerarchia che regola la vita dei prigionieri, la struttura e la disposizione dei diversi edifici del lager. Levi descrive con disarmante autenticità i problemi fondamentali con cui tutti si trovano a dover fare i conti: il cibo, la difficoltà di trovare da mangiare e i sacrifici che si è costretti a fare per un pezzo di pane; la lingua, l’impossibilità di comprendere gli ordini impartiti in tedesco e spesso di capire anche le parole dei propri compagni (lo scrittore paragona la moltitudine di linguaggi che popolano il campo a una moderna torre di Babele); l’igiene del tutto assente; gli incubi nelle gelide notti, in cui pare possibile riposare, e l’angoscia della morte, tenuta sempre viva dal fumo delle ciminiere di Birkenau che bruciano i cadaveri.

Levi sopravvive grazie all’aiuto di Lorenzo, un impiegato italiano che lavora per un’impresa trasferita d’ufficio nel lager, il quale gli porta del pane e risveglia in lui un sentimento di speranza e fiducia; ma soprattutto grazie alla sua esperienza di chimico: i tedeschi, infatti, intendevano cominciare a Monowitz la produzione della gomma sintetica e l’autore viene scelto come specialista per il laboratorio di chimica, cosa che gli consente di trascorrere alcuni mesi al riparo dal gelo e dai lavori pesanti.

Lo scrittore descrive senza odio né giudizi una realtà indescrivibile: “per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo”. Tutto acquista nel libro uno spessore di prova, di documento che testimonia fino a quale abominevole punto si può spingere l’animo umano: la deportazione nei carri da bestiame, le percosse senza ragione, il lavoro da schiavi, le gerarchie visibili e invisibili, l’etica fondata sulla sopraffazione, la guerra di ognuno contro gli altri. Il lager si delinea, così, come un mostruoso esperimento antropologico nella penna di un uomo che descrive con gli occhi dello scienziato e del poeta: la sintassi è modellata sui classici greci e latini, il respiro epico risente di Omero e l’uso della metafora proviene da Dante, il quale è citato esplicitamente in un episodio divenuto celeberrimo, nel capitolo XI intitolato Il canto di Ulisse. Levi cerca di ricordare a memoria i versi del canto XXVI dell’Inferno per citarli a un compagno francese: da una parte, nel contesto totalmente alienante del lager, i versi danteschi risuonano come presa di coscienza dell’assoluto bisogno dell’uomo di conoscere se stesso e il mondo che lo circonda; dall’altra diventano una metafora dell’esperienza della prigionia, come il mare che si chiude padrone sopra Ulisse (“Infin che ‘l mar fu sovra noi rinchiuso”).