Gennaio, primo mese dell’anno. Si rientra a scuola carichi dopo la pausa natalizia, pronti per affrontare il lungo inverno.

Gennaio, mese di compleanni famosi.

Per questa volta, abbiamo pensato di parlarvi di un personaggio storico illustre, che si è distinto nel tempo per la gloria portata a una delle più belle città italiane, Firenze: Lorenzo il Magnifico. Abbiamo deciso di ripercorrere insieme i momenti salienti della sua vita, che lo hanno reso uno degli uomini politici più importanti della storia della nostra penisola.

I primi passi del Magnifico

Lorenzo de’ Medici, per antonomasia il Magnifico, figlio di Piero di Cosimo il Vecchio e Lucrezia Tornabuoni, nacque a Firenze nel 1449. Fin da giovane, si trovò coinvolto negli impegni politici e diplomatici della città, dimostrando abilità e astuzia. Nel 1466 entrò a far parte del Consiglio dei Cento, un organo nato prevalentemente per funzioni finanziarie ma che in realtà era estremamente influente nella vita politica di Firenze già dalla fine del 1200. Nel 1469 venne celebrato il matrimonio con Clarice Orsini, figlia di Jacopo Orsini, un nobile romano di Monterotondo, e della sorella del Cardinale Latino, personaggio di spicco  della Curia papale. Gli Orsini, soldati di professione, erano proprietari di grandi appezzamenti di terreno a nord di Roma e nel napoletano, quindi la scelta di sposare Clarice fu strettamente legata a motivi diplomatici: una alleanza con questa signoria avrebbe decisamente giovato ai Medici, compensando la debolezza militare di Firenze e concedendo una certa influenza sul Papato. Purtroppo, i vantaggi legati a questa unione durarono ben poco: Clarice nel 1488 si ammalò di tubercolosi e morì poco dopo.

Il 2 dicembre 1469 Piero de’ Medici morì nella villa di Careggi all’età di cinquantatré anni, distrutto dalla gotta e dalle complicazioni causate da questa malattia. Appena ventenne, Lorenzo assunse il potere sulla città di Firenze insieme al fratello Giuliano, dopo aver ricevuto il consenso unanime di una gran parte dei personaggi politici dell’epoca legati alla famiglia Medici e guidati da Tommaso Soderini. Tra il 1469 e il 1472 Lorenzo mise a tacere tutte le rivalità tra le varie famiglie fiorentine e rafforzò il suo potere a livello istituzionale mettendo in mano ad esponenti politici a lui favorevoli il Consiglio dei Cento, al quale fu conferita l’autorità di promulgare leggi senza l’interferenza degli organi popolari. Nel 1472, inoltre, decise di conquistare Volterra, sia per ragioni economiche che politiche: da un lato voleva impossessarsi delle ricche risorse di allume appena scoperte nel territorio, dall’altro intendeva rafforzare il prestigio di Firenze sottomettendo una città importante della Toscana. La guerra terminò velocemente con il sacco della città da parte delle truppe guidate da Federico da Montefeltro e, per affermare il dominio fiorentino su Volterra, Lorenzo decise di costruire una imponente rocca per difendere la sua conquista.

La congiura dei Pazzi

Francesco de’ Pazzi, famiglia di banchieri fiorentini che più di una volta era andata contro le decisioni dei Medici, tentò di convincere i suoi parenti a togliere il potere a Lorenzo e a suo fratello Giuliano, per poter prendere la guida della città tramite un rovesciamento del governo. Oltre agli affari politici, si aggiunse il problema legato all’eredità di Beatrice Borromei, moglie di Giovanni de’ Pazzi: nel 1477, dopo la morte del padre Giovanni Borromei, Lorenzo fece approvare una legge che privava le figlie femmine dell’eredità in assenza di fratelli, facendola passare direttamente ad eventuali cugini maschi. Ai cospiratori si aggiunsero subito Francesco Salviati – arcivescovo di Pisa in attrito con i Medici che avevano fatto di tutto pur di non fargli ottenere la cattedra fiorentina e avevano favorito il loro congiunto Rinaldo Orsini – la Repubblica di Siena, il Re di Napoli, le truppe inviate dalle città di Todi, di Città di Castello, di Perugia e di Imola e il papa, Sisto IV Della Rovere, che da tempo desiderava impadronirsi dei ricchi territori fiorentini a vantaggio dei suoi nipoti, tra cui il nobile Girolamo Riario. Fu ingaggiato per compiere l’attentato Gian Battista da Montesecco, capitano mercenario al servizio proprio dei Riario, il quale inizialmente era riluttante a compiere l’uccisione dei due fratelli: venne convinto dal papa in persona, il quale affermò che Lorenzo andava spodestato con ogni mezzo possibile.

Il giorno prescelto fu domenica 26 aprile 1478, durante la messa in Santa Maria del Fiore. Il Montesecco si rifiutò di compiere un delitto in un luogo sacro, così al suo posto furono ingaggiati due preti che si assunsero la responsabilità di uccidere Lorenzo; per Giuliano, invece, furono incaricati Francesco Pazzi e Bernardo Bandili Baroncelli: i due lo attesero fuori dalla Cattedrale e lo uccisero con ben 19 colpi di spada. Lorenzo, sguainando prontamente la spada, riuscì a ribattere i colpi dei suoi assalitori e a mettersi in salvo nella sacrestia. Francesco de Pazzi e l’Arcivescovo Salviati furono impiccati alle finestre del Palazzo Pubblico e, giorni dopo, la stessa sorte toccò anche a Jacopo e Renato de Pazzi e ai due preti. Al Montesecco, dopo che venne accertata la sua partecipazione alla cospirazione, fu data una morte da soldato. I principali personaggi coinvolti nella congiura furono ritratti impiccati in un affresco sui muri della prigione da Sandro Botticelli, come esempio di infedeltà (l’affresco fu distrutto dopo che i Medici vennero espulsi da Firenze).

Da allora il 26 aprile divenne un giorno di lutto per la città, in ricordo della scomparsa di Giuliano de Medici. In seguito si seppe che egli aveva avuto un figlio illegittimo; Lorenzo lo prese con sé, gli diede un’ottima educazione e lo avviò alla carriera ecclesiastica: sarebbe diventato il primo pontefice della famiglia Medicea, papa Clemente VII.

La lotta contro il papato

Sisto IV, quando seppe che la congiura era fallita, emanò una bolla di scomunica contro Lorenzo, definito “figlio dell’iniquità e della perdizione”. Fu proclamata un’interdizione su tutta la città e a questa fece seguito una vera a propria dichiarazione di guerra, con l’appoggio di Ferrante, re di Napoli.

Firenze, dal punto di vista militare, non era pronta ad affrontare una guerra aperta: dopo una sola settimane le truppe napoletane sconfinarono nel territorio toscano. Con l’appoggio pieno e incondizionato della città, Lorenzo portò avanti la battaglia servendosi dell’aiuto dei suoi migliori alleati: Milano, Venezia, Bologna, Roma, dalla quale accorrevano i condottieri Orsini, e il re di Francia, Luigi XI. Infine la raffinata diplomazia del Magnifico ebbe la meglio: egli, infatti, si recò di nascosto a Napoli e si accordò con il re Ferrante. La pace fu firmata nel febbraio del 1480, a patto che Firenze rilasciasse alcuni membri della famiglia de Pazzi che erano stati incarcerati e cedesse delle roccaforti alla città di Siena.

Sisto IV era ormai solo e nel momento peggiore! Maometto II, il conquistatore di Costantinopoli, aveva occupato il porto di Otranto e minacciava di invadere Roma. Il papa dovette riconciliarsi con Firenze per fronteggiare l’impero turco e concesse il perdono alla Repubblica fiorentina. Molti studiosi ritengono che fu proprio Lorenzo ad incitare Maometto II all’invasione, per mettere il papa in condizione di dover chiedere aiuto e riconciliarsi con lui.

Il Consiglio dei Settanta e gli ultimi anni del Magnifico

Forte dei suoi successi, Lorenzo concentrò sempre più il potere nelle sue mani, istituendo il Consiglio dei Settanta, formato da rappresentanti favorevoli alla politica medicea, con l’obiettivo di occuparsi sia di questioni amministrative che di politica estera. La vera forza di questo nuovo organo consisteva nel fatto che la scelta dei membri non era soggetta a rotazione, un’eccezione assoluta all’interna del sistema democratico fiorentino. Oltre a venire meno l’autorità indiscussa dei Priori e del Gonfaloniere di Giustizia, Lorenzo poté assicurarsi il pieno appoggio del Consiglio e governare con un’autorità pressoché indiscussa su Firenze. Per assicurarsi una sempre maggiore autonomia decisionale, il numero di membri si ridusse anno dopo anno finché da 70 ne rimasero solo 17, presieduti direttamente dal capofamiglia dei Medici.

L’autorità e la gloria, sia in politica estera che interna, furono accompagnate negli ultimi anni anche da una severa censura morale, legata più che altro alla diffusione del pensiero del domenicano Girolamo Savonarola.

Già dalla seconda metà degli anni ’80, la salute di Lorenzo cominciò a vacillare a causa della malattia ereditaria della famiglia Medici, la gotta: l’8 aprile del 1492, all’età di 43 anni, Lorenzo morì, come il padre, a causa di gravi complicazioni. Il corpo venne sepolto inizialmente nella Sagrestia Vecchia della Basilica di San Lorenzo, per poi essere spostato nella Sagrestia Nuova, nella tomba destinata alla famiglia Medici e creata da Michelangelo.

La passione per la letteratura

Lorenzo, fin da ragazzo, ricevette un’educazione spiccatamente umanistica: a soli dodici anni già si dedicava alla lettura dei classici, come Ovidio, e affrontava l’opera di Giustino. Inoltre, la sua formazione non si limitò alle lingue antiche ma ebbe modo di appassionarsi alla lingua e alla poesia volgare e di ammirare tutte le opere artistiche che venivano compiute in quegli anni a Firenze: la Cattedrale, iniziata da Arnolfo di Cambio nel 1296, in quegli anni venne ultimata con la meravigliosa cupola del Brunelleschi e la realizzazione dei lavori di Giotto sul campanile; il Pisano lavorava sulla prima serie di porte del Battistero e Donatello alle statue per adornare Palazzo Vecchio; venivano realizzati gli affreschi di Masaccio nella chiesa di Santa Maria del Carmine.

Lorenzo crebbe in un ambiente artistico ricco e stimolante, che lo spinse a sperimentare in prima persona. Celebre è il “Trionfo di Bacco e Arianna”, detto anche “Canzona di Bacco”, composto dal Magnifico in occasione del carnevale del 1490: il canto fa parte dei cosiddetti “Canti Carnacialeschi”, pensati per essere intonati nelle processioni dei carri da compagnie di attori e musici mascherati, in occasione delle feste popolari.

 

Quant’è bella giovinezza

che si fugge tuttavia!

Chi vuol esser lieto, sia:

di doman non c’è certezza

 

Il tema centrale del canto di Lorenzo il Magnifico è la giovinezza, inquadrata come un tempo gioioso ma effimero, in quanto solo di passaggio. Il poeta invita a godere dei momenti lieti, poiché nessuno può sapere cosa lo attende nel futuro. La tematica delle gioie passeggere della vita e del trascorrere del tempo è tipica della tradizione classica, basta pensare al celebre “carpe diem” di Orazio. I piaceri terreni della vita sono rappresentati dall’amore e da vino: l’amore è portato in scena dalla felice unione di Bacco e Arianna, ma anche dei satiri che tendono tranelli alle ninfe, ben felici di concedersi a loro; il vino è raffigurato da Bacco stesso e da Sileno che, secondo la tradizione, era sempre grasso e ubriaco (il satiro è troppo vecchio per darsi all’amore, che classicamente è proprio dei giovani, quindi si consola con l’alcool). L’inno alla gioia di vivere ha il suo contrappunto nel re Mida, il quale è infelice perché tramuta tutto in oro e la sua avidità è stata punita. Il testo riflette la stessa prospettiva mondana ed umanistica di altre poesie quattrocentesche, a cominciare dalla ballata delle rose di Poliziano, anche se qui è presente una leggera tristezza, dovuta all’incertezza del futuro e forse influenzata dal fatto che l’autore era già malato e alla fine della sua vita quando compose il canto.