FOCUS ON: La dislessia non è una malattia


“Quando ti dicono che tuo figlio è DSA – mi disse un giorno la mamma di Giovanni (nome di fantasia) – ti cade il mondo addosso. Poi ti fermi a pensare e capisci che non c’è nulla di male. L’unica cosa che ti addolora è la grande disinformazione che avvolge l’intero sistema scolastico“.

Giovanni è stato diagnosticato DSA quando aveva undici anni, l‘equipe di Matemagia lo segue da quando ne aveva quindici, oggi ne ha diciannove e frequenta il primo anno di ingegneria gestionale.

L’opinione pubblica ritiene che i ragazzi affetti da disturbi specifici dell’apprendimento non dovrebbero cimentarsi in facoltà scientifiche poichè a loro inadatte; Giovanni non si interessa di ciò e sceglie una facoltà scientifica complessa, come quella di ingegneria.

Gli esperti in materia di disturbi specifici dell’apprendimento sostengono autorevolmente che la discalculia sia incompatibile con esami universitari di carattere scientifico; ma Giovanni questo non lo sa, nessuno glielo ha mai detto.

Qualcuno dei lettori in questo momento sarà pervaso dal seguente pensiero: “E’ una follia iscrivere il proprio figlio con problemi come questi ad una facoltà del genere”.

Il dubbio sarebbe legittimo, ma Giovanni ha affrontato un test di selezione con domande ritenute provanti da un istituto esterno definito CISIA e, ceterisparibus, ha superato migliaia di suoi coetanei non diagnosticati DSA, potendo accedere al primo anno di università.

Ah, dimenticavo, Giovanni non è un genio. Ma, al contempo, non è neanche malato. I disturbi specifici dell’apprendimento non vanno curati, perché non sono una malattia.
“Ma – penserà qualcuno dei lettori – se non è una malattia, per quale motivo viene diagnosticata?”

L’antitesi potrebbe avere basi teoriche ma è incompleta. Si immagini se, un giorno, iniziasse ad abbassarsi la vostra vista. Senza esitazione andreste da uno specialista, ed egli probabilmente vi proporrebbe di portare un paio di occhiali. Gli occhiali sono per voi uno strumento compensativo del vostro difetto visivo.

Bene. Il ragazzo DSA ha “come occhiali” strumenti definiti compensativi per apprendere, calcolare, scrivere, disegnare. Questo non fa di lui un malato, più di quanto non faccia un paio di occhiali dalle lenti più o meno spessi.

Noi di Matemagia riteniamo che Giovanni sia solo la punta di un iceberg, da qui ad un quarto di secolo moltissimi giovani con disturbi specifici dell’apprendimento prenderanno atto della loro condizione, impareranno ad utilizzare a loro vantaggio gli strumenti compensativi e dispensativi e concorreranno alla pari dei loro coetanei nel lavoro e nella vita, così come gli individui con occhiali competono alla pari con gli individui senza occhiali.

Noi di Matemagia crediamo che troppo spesso l’attenzione si sia fossilizzata sugli standard, sul concetto generalizzato secondo un test unico che può decidere quali siano le linee guida per uno studente. Così facendo, si è perso il concetto di unicità che caratterizza ogni situazione didattica, consequenzialmente non ci si è concentrati su cosa fosse meglio per un singolo alunno precludendo l’accesso a determinati corsi o livelli di studio in nome di un’etichetta: DSA.

E per Giovanni, che ha superato il primo esame parziale la settimana scorsa, la cosa migliore era ingegneria gestionale.